La Tana di Kyx

..una donna che corre coi lupi..

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Chi è Kyx

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All'inseguimento


Siamo pervase dalla nostalgia per l'antica natura selvaggia. Pochi sono gli antidoti autorizzati a questo struggimento. Ci hanno insegnato a vergognarci di un simile desiderio. Ci siamo lasciate crescere i capelli e li abbiamo usati per nascondere i sentimenti. Ma l'ombra della Donna Selvaggia ancora si appiatta dietro di noi, nei nostri giorni, nelle nostre notti. Ovunque e sempre, I'ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe.



Lame di luce









Pensieri

REGOLE GENERALI DEI LUPI PER LA VITA.



1. Mangiare.

2. Riposare.

3. Vagabondare.

4. Mostrare lealtà.

5. Amare i piccoli.

6. Cavillare al chiaro di luna.

7. Accordare le orecchie.

8. Occuparsi delle ossa.

9. Far l'amore.

10. Ululare spesso.



lunedì, 04 giugno 2007

Bene.. Il blog c'è.. il template anche (grazie ancora a chi crea template in giro per splinder e per la rete! Spero di farne un buon uso).. mancano i contenuti..
La cosa meno importante, no?
Perchè aprire un blog?
Perchè aprire un secondo blog?
Fondamentalmente perchè la voglia di esprimersi c'è sempre, anche se il tempo scarseggia, e le energie a volte sembra di doverle raschiare dal fondo del barattolo..
Poi perchè c'è l'ambizione di fare qualcosa di bello. Qualcosa che abbia un senso anche per chi non è Kyx, e non gliene frega niente di quello che passa nella vita di una persona sconosciuta.
E in fondo perchè no? Ecco, ho già perso l'ispirazione.. mannaggia!
Beh.. per un po' me la caverò con facilità.
Voglio condividere con voi parole che ho apprezzato, in passato e nel presente, perchè la lettura è sempre cibo per l'anima, e vi invito a leggere un bellissimo libro, che non è di narrativa e che va intrapreso come viaggio personale.
Si tratta del libro di una psicologa junghiana, per cui non mi stupisco dell'affinità che ho provato per i concetti espressi dall'autrice nelle pagine di questa piccola perla tascabile, e chissà, magari mi aiuterà a spiegare perchè il mio animale totem è il lupo, da sempre.
Benvenuti.
Buon divertimento.
Nelle mie Wilderness.

KyxSheWolf Ha postato 21:10
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In:


lunedì, 04 giugno 2007

ATTENZIONE:    quanto segue non è stato scritto dalla tenutaria di questo blog, ma è farina del sacco di

Clarissa Pinkola Estes.


Clarissa Pinkola Estes è un'analista che da oltre trent'anni insegna ed esercita la professione.  E' stata direttrice del C.G. Jung Center di Denver e ha conseguito il dottorato in etnologia e in psicologia clinica. Questo è il suo primo libro.

DONNE CHE CORRONO COI LUPI


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PREFAZIONE.

 

Siamo pervase dalla nostalgia per l'antica natura selvaggia.  Pochi sono gli antidoti autorizzati a questo struggimento.  Ci hanno insegnato a vergognarci di un simile desiderio.  Ci siamo lasciate crescere i capelli e li abbiamo usati per nascondere i sentimenti.  Ma l'ombra della Donna Selvaggia ancora si appiatta dietro di noi, nei nostri giorni, nelle nostre notti. 
Ovunque e sempre, I'ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe.



KyxSheWolf Ha postato 22:08
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In: donne che corrono coi lupi


lunedì, 04 giugno 2007

CANTANDO SULLE OSSA.

 

La fauna selvaggia e la Donna Selvaggia sono specie a rischio.

Nel tempo, abbiamo visto saccheggiare, respingere, sovraccaricare la natura istintiva della donna.  Per lunghi periodi è stata devastata, come la fauna e i territori selvaggi.  Per alcune migliaia di anni, e basta guardarsi indietro perchè‚ la visione si ripresenti, resta relegata nel più misero territorio della psiche.  I territori spirituali della Donna Selvaggia, nel corso della storia, sono stati saccheggiati o bruciati, le caverne sono state distrutte, i cicli naturali costretti a diventare ritmi innaturali per compiacere gli altri.

Non a caso le antiche lande selvagge del nostro pianeta scompaiono a mano a mano che svanisce la comprensione della nostra intima natura selvaggia.  Non è poi tanto difficile comprendere come mai le foreste antiche e le donne anziane sono considerate risorse di scarsa importanza.  Non è un mistero insondabile.  Non è mera coincidenza se i lupi e i coyote, gli orsi e le donne un po' selvagge godono di una reputazione simile.  Tutti si rifanno ad archetipi istintuali tra loro connessi, e pertanto sono erroneamente considerati privi di grazia e gentilezza, totalmente e istintivamente pericolosi e rapaci.

La mia vita e il mio lavoro di analista junghiana e di "cantadora", cantastorie, mi hanno insegnato che la languente vitalità delle donne può essere reintegrata procedendo a estesi scavi psico-archeologici tra le rovine del mondo sotterraneo femminile.  Ricorrendo a questi metodi riusciamo a recuperare i modi della psiche naturale istintiva, e attraverso la sua personificazione nell'archetipo della Donna Selvaggia riusciamo a discernere i modi e i mezzi della natura più profonda della donna.  La donna moderna è una confusione di attività.  E' spinta e costretta a essere tutto per tutti.  L'antica sapienza ha ormai fatto il suo tempo.

Il titolo di questo libro, "Donne che corrono coi lupi", deriva dai miei studi di biologia sulla fauna selvaggia, e in particolare sui lupi.  Gli studi sui lupi "Canis lupus" e "Canis rufus" rimandano alla storia delle donne, poichè‚ riguardano il loro vigore come i loro faticosi travagli.

I lupi sani e le donne sane hanno in comune talune caratteristiche psichiche: sensibilità acuta, spirito giocoso, e grande devozione.  Lupi e donne sono affini per natura, sono curiosi di sapere e possiedono grande forza e resistenza.  Sono profondamente intuitivi e si occupano intensamente dei loro piccoli, del compagno, del gruppo.  Sono esperti nell'arte di adattarsi a circostanze sempre mutevoli; sono fieramente gagliardi e molto coraggiosi.

Eppure le due specie sono state entrambe perseguitate, tormentate e falsamente accusate di essere voraci ed erratiche, tremendamente aggressive, di valore ben inferiore a quello dei loro detrattori.  Sono state il bersaglio di coloro che vorrebbero ripulire non soltanto i territori selvaggi ma anche i luoghi selvaggi della psiche, soffocando l'istintuale al punto da non lasciarne traccia.  La rapacità nei confronti dei lupi e delle donne da parte di coloro che non sanno comprenderli è incredibilmente simile.

Dunque, ecco come per me il concetto di archetipo della Donna Selvaggia si è per la prima volta cristallizzato: con lo studio dei lupi.  Ho studiato anche altre creature, gli orsi, per esempio, gli elefanti e le farfalle.  Le caratteristiche di ogni specie offrono ricchi indizi su quanto è conoscibile della psiche istintuale femminile.

La Donna Selvaggia mi è doppiamente passata nello spirito, per la mia nascita da un'appassionata stirpe ispano-messicana, e poi per la mia adozione in una famiglia di impetuosi ungheresi.  Sono cresciuta nei pressi della frontiera del Michiana, a nord del Midwest, circondata da boschi, frutteti e fattorie, e non lontano dai Grandi Laghi.  Laggiù il mio alimento principale erano lampi e tuoni.  La notte i campi di grano stridevano e vociavano.  Lontano, a nord, i lupi raggiungevano le radure nel chiarore lunare, si impennavano e pregavano.  Potevamo tutti senza paura abbeverarci alle stesse fonti.

Sebbene allora non la chiamassi con questo nome, il mio amore per la Donna Selvaggia nacque quando ero ancora piccola.  Ero un'esteta più che un'atleta, e il mio unico desiderio era di essere un'estasiata vagabonda.  Alle sedie e ai tavoli preferivo la terra, gli alberi e le caverne, perchè là io sentivo di potermi appoggiare alla guancia di Dio.

Il fiume "sempre" chiamava affinchè lo si visitasse quando calava la notte, i campi "avevano bisogno" che qualcuno li percorresse per esprimersi in un fruscio.  I fuochi "dovevano" essere accesi nel bosco di notte, e le storie "dovevano" essere raccontate lontano dagli orecchi degli adulti.

Ho avuto la fortuna di crescere nella Natura.  Dai fulmini seppi della subitaneità della morte e dell'evanescenza della vita.  Le figliate dei topolini mostravano che la morte era raddolcita da una nuova vita.  Quando dissotterrai delle perle indiane, trilobiti sepolti nella terra, compresi che la presenza degli esseri umani risaliva a molto, molto tempo prima.  Appresi la sacra arte dell'ornamento adornandomi il capo con delle danaidi, usando le lucciole come gioielli notturni e le rane verde-smeraldo come braccialetti.

Una lupa uccise un suo cucciolo ferito a morte; insegnò la compassione dura, e la necessità di permettere alla morte di andare al morente.  I bruchi pelosi che cadevano dai rami e faticosamente risalivano strisciando insegnavano la determinazione.  Il loro solletico, quando mi passeggiavano sul braccio, m'insegnò come la pelle può risvegliarsi e sentirsi viva.  Arrampicandomi sulla cima degli alberi appresi come un giorno avrebbe potuto essere il sesso.

La mia generazione, quella del dopoguerra, è cresciuta in un'epoca in cui la donna era trattata come una bambina e come una proprietà.  Era tenuta come un giardino incolto... ma per fortuna qualche seme selvaggio arrivava sempre, portato dal vento.  Sebbene quel che le donne scrivevano non fosse autorizzato, comunque continuarono a diffonderlo.  Sebbene quel che dipingevano non ottenesse alcun riconoscimento, comunque nutriva l'anima.  Le donne dovevano implorare per ottenere gli strumenti e gli spazi necessari alle loro arti, e, se nulla era concesso, trovavano il loro spazio negli alberi, nelle caverne, nei boschi, e nei gabinetti.

La danza era appena tollerata, forse, e perciò danzavano nella foresta, là dove nessuno poteva vederle, o nel seminterrato, o mentre andavano a buttare la spazzatura.  L'ornamento della persona metteva in sospetto.  Un corpo felice o un vestito accrescevano il pericolo di subire un torto o di venire aggredite sessualmente.  Perfino gli abiti che portavano indosso non potevano definirsi i loro.

Era un'epoca in cui i genitori che abusavano dei figli erano semplicemente detti severi, in cui le lacerazioni spirituali di donne sfruttate in profondità venivano definite esaurimenti nervosi, in cui le ragazze e le donne strettamente fasciate, strettamente sorvegliate, strettamente imbavagliate erano dette brave, e quelle altre femmine che cercavano di sfilarsi per un attimo o due il collare erano marchiate come cattive.

Così come tante donne prima e dopo di me, ho vissuto la mia vita come una creatura travestita.  Come amiche e parenti prima di me, mi sono pavoneggiata barcollando sui tacchi a spillo, e ho indossato l'abito buono e il cappello per andare in chiesa.  Ma la mia favolosa coda spesso spuntava sotto l'orlo, e le orecchie si contraevano tanto da farmi ricadere il cappello sugli occhi.

Non ho dimenticato il canto di quei giorni oscuri, "hambre del alma", di fame dell'anima.  Ma neanche ho dimenticato il gioioso "canto hondo", il canto profondo, le parole che tornano a noi quando facciamo opera di rivendicazione con l'anima.

KyxSheWolf Ha postato 22:35
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In: cantando sulle ossa


mercoledì, 06 giugno 2007

Come una pista nel bosco che si fa sempre più indistinta fino a scomparire in un nulla, la tradizionale terapia psicologica troppo in fretta si spinge alla ricerca della donna creativa, dotata, profonda.  La psicologia tradizionale è spesso avara, o del tutto muta, su questioni più profonde, importanti per le donne: l'archetipo, l'intuitivo, il sessuale e il ciclico, le età delle donne, il modo giusto per la donna, il sapere della donna, il suo fuoco creativo.  Tutto ciò ha guidato il mio lavoro sull'archetipo della Donna Selvaggia per la miglior parte di due decenni.

Le questioni dell'anima femminile non possono essere trattate modellando la donna in una forma definita più accettabile per una cultura inconsapevole, nè può essere piegata in una forma intellettualmente più accettabile per coloro che pretendono di essere gli unici portatori della consapevolezza.  No: ciò ha già fatto sì che milioni di donne che avevano cominciato come potenze forti e naturali siano diventate delle estranee nelle loro stesse culture.  Piuttosto, l'obiettivo dev'essere il recupero della bella forma psichica naturale delle donne.

Fiabe, miti e storie offrono un sapere e una comprensione che aguzzano la nostra vista in modo tale da permetterci di distinguere e di riprendere il sentiero tracciato dalla natura selvaggia.  Gli insegnamenti che vi troviamo ci rassicurano: il sentiero non si è perduto, ancora conduce le donne in profondità, e ancor più in profondità, nella conoscenza di sè. Le tracce che noi tutte seguiamo sono quelle dell'archetipo della Donna Selvaggia, l'Io istintuale innato.

La chiamo "Wild Woman" (Donna Selvaggia) perchè il suono di queste due parole riecheggia quel "llamar o tocar a la puerta", quel fiabesco bussare alla porta della psiche femminile profonda.  "Llamar o tocar a la puerta" alla lettera significa suonare lo strumento del nome per far aprire una porta.  Significa usare parole che intimano l'apertura di un passaggio.  Da qualunque cultura sia influenzata, la donna comprende intuitivamente le parole donna e selvaggia.

Quando le donne odono queste parole, un'antica, antichissima memoria si rimescola e torna in vita.  La memoria è della nostra assoluta, innegabile e irrevocabile affinità con il femminino selvaggio, una relazione che può essere diventata spettrale per negligenza, sepolta dall'addomesticamento eccessivo, messa fuori legge dalla cultura circostante, o non più compresa per niente.  Possiamo aver dimenticato i suoi nomi, possiamo non rispondere quando chiama i nostri, ma nelle ossa la conosciamo, ci struggiamo tendendo a lei; sappiamo che lei ci appartiene e che noi apparteniamo a lei.

E' in questa relazione fondamentale, essenziale, fatta di forze naturali che siamo nate, e da esse nella nostra essenza siamo anche derivate.  L'archetipo della Donna Selvaggia incorpora l'essere matrilineare alfa.  Ci sono momenti in cui ci riesce di esperirla, seppur fugacemente soltanto, e ci fa impazzire per la voglia di continuare.  Ci sono donne alle quali questo rigenerante gusto del selvaggio arriva durante la gravidanza, durante l'allattamento del loro piccino, permane mentre si compie il miracolo del cambiamento di sè nell'allevare un bambino, mentre curano un rapporto amoroso come curerebbero l'amato giardino.

La si sente anche attraverso la vista, attraverso spettacoli di grande bellezza. Io l'ho sentita vedendo quello che nelle selve chiamiamo tramonto da Gesù-Dio.  L'ho sentita muoversi dentro di me vedendo i pescatori venire all'imbrunire dal lago, con le lanterne accese, e anche vedendo le dita dei piedini del mio bimbo appena nato, allineati come spighe di grano.  La vediamo dove la vediamo, ovvero ovunque.

Viene a noi anche con il suono; con la musica che fa vibrare il diaframma, eccita il cuore; viene con il tamburo, con il fischio, il richiamo e l'urlo.  Viene con la parola scritta e con la parola detta; talvolta una parola, o una frase, o una poesia, o una storia, è così risonante, così esatta, da rammemorarci, almeno per un istante, quella sostanza di cui siamo realmente fatte, e dove si trova la nostra vera casa.

Questi fuggevoli gusti del selvaggio vengono nella mistica dell'ispirazione: Ah, ecco! Oh, ora tutto è svanito.  La nostalgia affiora quando capita di incontrare una persona che si è assicurata questa relazione selvaggia.  La nostalgia affiora quando ci si accorge di aver dedicato poco tempo al mistico falò o al sogno, troppo poco tempo alla vita creativa, al lavoro della propria vita, o ai veri amori.

Pure sono questi gusti fugaci che vengono sia dalla bellezza sia dalla perdita che ci fanno sentire così deprivate, così agitate, così desideranti che alla fine dobbiamo inseguire questa natura selvaggia.  Allora ci lanciamo nella foresta o nel deserto o nella neve e corriamo forte, con gli occhi che scrutano il terreno, cercando sotto, cercando sopra, cercando un indizio, un resto, un segno a conferma che lei vive ancora e non abbiamo perduto la nostra occasione.  E quando ne ritroviamo le tracce, è tipico delle donne mettersi a correre forte per riguadagnare il tempo perduto, liberare la scrivania, liberarsi dal rapporto, svuotare la mente, voltar pagina, insistere su un intervallo, una pausa, rompere le regole, fermare il mondo, perchè mai più faremo a meno di lei.

Se le donne l'hanno perduta e l'hanno poi ritrovata, combatteranno per trattenerla per sempre.  Quando l'hanno riconquistata, lottano e lottano strenuamente per trattenerla, perchè con lei la loro vita creativa fiorisce; le loro relazioni acquistano significato e profondità e salute; si ristabiliscono i cicli della sessualità, della creatività, del lavoro e del gioco; non sono più territorio di caccia da depredare; sono autorizzate dalle leggi della natura a crescere e a prosperare.  La fatica a fine giornata verrà allora da un lavoro e da sforzi soddisfacenti, e non dall'essere rinchiuse in un ambito mentale troppo ristretto, o in un impiego, o in un rapporto.  Istintivamente sanno quando le cose devono morire e quando le cose devono vivere; sanno come allontanarsi, sanno come restare.

Quando le donne riaffermano il loro rapporto con la natura selvaggia, vengono dotate di un osservatore interno permanente, di un conoscitore, un visionario, un oracolo, un ispiratore, un fattore, un creatore, un inventore, e un ascoltatore che guida, suggerisce, e incita a una vita vibrante nel mondo interiore e nel mondo esterno.  Quando le donne stanno con la Donna Selvaggia, il fatto di quella relazione brilla attraverso di loro.  Questa maestra selvaggia, questa madre selvaggia, questa guida selvaggia sostiene la loro vita intima e la loro vita esteriore, qualunque essa sia.

Dunque la parola selvaggio qui non è usata nel suo senso moderno peggiorativo, con il significato di incontrollato, ma nel suo senso originale, che significa vivere una vita naturale, in cui la creatura ha la sua integrità innata e sani confini.  Queste parole, selvaggia e donna, fanno sì che le donne rammentino chi sono e perchè ci sono.  Creano una metafora per descrivere la forza che fonda tutte le femmine.  Personificano una forza senza la quale le donne non possono vivere.

L'archetipo della Donna Selvaggia si può esprimere in termini diversi e altrettanto adeguati.  Potete chiamare natura istintiva questa potente natura psicologica, ma la Donna Selvaggia è la forza che sta dietro a tutto ciò.  Potete chiamarla psiche naturale, ma sempre l'archetipo della Donna Selvaggia sta lì dietro.  Potete chiamarlo l'innato, la natura essenziale delle donne.  Lo potete chiamare la natura indigena, intrinseca delle donne.  In poesia lo si potrebbe chiamare l'Altro, oppure i sette oceani dell'universo, o i boschi lontani, o L'Amica. (1)  In varie psicologie e da varie prospettive lo si chiamerebbe l'"es", l'Io, la natura mediale.  In biologia si chiamerebbe la natura tipica o fondamentale.

Ma siccome è tacita, presciente e viscerale, tra le "cantadoras" è detta la natura saggia o sapiente.  E' detta talvolta la donna che vive alla fine del tempo, oppure la donna che vive ai confini del mondo.  E questa "creatura" è sempre un creatore-strega, o una dea della morte, o una vergine in caduta, o mille altre personificazioni.  E' nel contempo amica e madre di coloro che hanno perso la strada, si sono sperdute, di tutte coloro che hanno bisogno di sapere, di tutte coloro che hanno un enigma da risolvere, di tutte coloro che vagano e cercano nella foresta o nel deserto.


 

 

(1.) Il linguaggio della narrazione e della poesia è la formidabile sorella del linguaggio dei sogni. Dall'analisi di molti sogni (sia contemporanei sia antichi, ripresi da resoconti scritti), così come dei testi sacri e delle opere di mistici come Caterina da Siena, Francesco d'Assisi, Rumi e Eckhart e dell'opera di molti poeti come Dickinson, Millay, Whitman, e altri ancora, si evince che all'interno della psiche c'è una funzione per fare arte e poesia che emerge quando una persona spontaneamente o volutamente si avventura presso il nucleo istintivo della psiche.
Questo posto della psiche in cui si incontrano sogni, storie, poesia e arte, costituisce il misterioso habitat della natura istintuale o selvaggia.  Nei sogni e nella poesia contemporanei e nei più antichi racconti popolari e negli scritti dei mistici, l'ambiente del nucleo nel suo complesso è inteso come dotato di una sua vita particolare.  Per lo più in poesia, in pittura, nella danza e nei sogni è simboleggiato da un luogo assai vasto, come l'oceano, la volta del cielo, il fertile suolo della terra, oppure come una potenza dotata di personalità come la Regina del Cielo, La Daina Bianca, L'Amica, L'Amata, L'Amante o La Compagna. Dal nucleo, materiali e idee numinose affiorano, lievitano attraverso la persona che sperimenta di essere ricolma di qualcosa diverso da sè. Molti artisti portano i materiali e le idee nate dall'Io sul bordo del nucleo e ve li lasciano cadere, giustamente intuendo che verranno poi restituiti rinnovati o dilavati dal notevole senso psichico della vita propria del nucleo.  In entrambi i casi si verifica un improvviso e profondo risveglio, un cambiamento o un'informazione dei sensi, dello stato d'animo o del cuore dell'essere umano.  Quando si è appena informati, l'umore cambia.  E quando cambia l'umore, cambia anche il cuore.  Ecco perchè le immagini e il linguaggio che sorgono dal nucleo sono tanto importanti.  Insieme, hanno il potere di tramutare una cosa in un'altra in un modo che  difficile e tortuoso compiere con la volontà soltanto. In questo senso, l'Io istintuale è nel contempo curatore e portatore di vita.

KyxSheWolf Ha postato 17:43
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In: cantando sulle ossa


mercoledì, 06 giugno 2007

Nella realtà, nell'inconscio psicoide - lo strato da cui emana la Donna Selvaggia - la Donna Selvaggia non ha nome, poichè è tanto vasta.  Ma siccome la Donna Selvaggia genera ogni sfaccettatura importante della femminilità, qui sulla terra è chiamata con molti nomi, non soltanto per sbirciarne la miriade di aspetti, ma anche per tenerla a bada.  Siccome all'inizio del recupero del nostro rapporto con lei può anche trasformarsi in fumo in un baleno, chiamandola creiamo per lei, dentro di noi, un territorio di pensiero e di sentimento.  Allora verrà, e, se apprezzata, resterà.

In spagnolo la si potrebbe chiamare Rio Abajo Rio, Il Fiume Sotto al Fiume; La Mujer Grande, La Grande Donna; Luz del abyss, La Luce dell'Abisso.  In Messico, è La Loba, La Donna Lupa, e La Huesera, La Donna delle Ossa.

In ungherese si chiama Ö, Erdöben, Quella dei Boschi, e Roszom k, La Donnola.  Tra i navajos è Na'ashiè'ii Asdazàà , La Donna Ragno, che tesse il fato degli esseri umani e degli animali, delle piante e delle pietre. I n Guatemala tra i tanti altri nomi è  Humana del Niebla, L'Essere di Bruma, la donna che vive da sempre e per sempre.  In giapponese è Amaterasu Omikami, La Numina, che porta luce piena, piena consapevolezza.  In Tibet si chiama Dakini, La Forza Danzante che ha preveggenza tra le donne.  E si va avanti.  Lei va avanti.

La comprensione della natura della Donna Selvaggia non è una religione bensì una pratica.  E' una psicologia nel suo senso più autentico: psukhë/psiche, anima; ology o logos, una conoscenza dell'anima.  Senza di lei, le donne sono senza orecchie per intendere il parlare dell'anima o per registrare la cadenza dei loro intimi ritmi.  Senza di lei, gli occhi interiori delle donne sono chiusi da una mano indistinta, e gran parte dei loro giorni trascorrono in una noia semiparalizzante, oppure in chimere.  Senza di lei, le donne perdono la sicurezza del loro cammino coraggioso.  Senza di lei, dimenticano perchè sono qui, trattengono quando farebbero meglio a lasciar andare.  Senza di lei prendono troppo o troppo poco o niente del tutto.  Senza di lei restano in silenzio quando stanno ardendo.  La Donna Selvaggia è il loro regolatore, è il loro cuore, così come il cuore umano regola l'organismo.

Quando perdiamo contatto con la psiche istintiva, viviamo in uno stato prossimo alla distruzione; a immagini e poteri naturali per il femminino non è consentito il pieno sviluppo.  Quando una donna è staccata dalla sua fonte essenziale, risulta sterilizzata, e i suoi istinti e i suoi cicli naturali di vita vanno perduti, soggiogati dalla cultura, o dall'intelletto o dall'io, propri o altrui.

La Donna Selvaggia è la salute di tutte le donne.  Senza di lei, la psicologia delle donne non ha senso.  Questa selvaggia è il prototipo... qualunque sia la cultura, I'epoca o la politica, lei non cambia.  Cambiano i suoi cicli, cambiano le sue rappresentazioni simboliche, ma nell'essenza lei non cambia. Lei è quel che è, e lei è un tutto.

Si dirama attraverso le donne.  Se sono represse, lotta per farle risalire.  Se le donne sono libere, lei è libera.  Fortunatamente, se tante volte la obbligano a indietreggiare, altrettante balza di nuovo avanti.  Se tante volte è interdetta, schiacciata, risospinta indietro, indebolita, torturata, gabellata per perniciosa, pericolosa, pazza, e seguono altri appellativi di discredito, lei emana secondo un movimento ascensionale nelle donne, sicchè anche la più tranquilla, anche la più compressa delle donne conserva un posto segreto per la Donna Selvaggia.  Anche la più repressa delle donne ha una vita segreta, con pensieri segreti e sentimenti segreti che sono lussureggianti e selvaggi, ovvero naturali.  Anche la più prigioniera delle donne custodisce il posto dell'io selvaggio, perchè intuitivamente sa che un giorno ci sarà una feritoia, un'apertura, una possibilità, e vi si butterà per fuggire.

Credo che tutte le donne e tutti gli uomini nascano dotati.   Tuttavia, e davvero, ben poca pena ci si è dati per descrivere la vita psicologica e le qualità delle donne dotate, delle donne ricche di talento, delle donne creative.  Per contro, molti sono gli scritti sulle debolezze e fragilità e punti deboli degli esseri umani in generale e delle donne in particolare.  Ma nel caso dell'archetipo della Donna Selvaggia, al fine di scandagliarla, percepirla, utilizzare le sue offerte, dobbiamo interessarci di più ai pensieri, ai sentimenti, agli sforzi che rafforzano le donne, e considerare adeguatamente i fattori interni e culturali che indeboliscono le donne.

In generale, quando comprendiamo la natura selvaggia quale essere a pieno titolo, che anima e informa la vita più profonda della donna, allora possiamo cominciare a svilupparci in modi mai considerati possibili.   Una psicologia che trascura di indirizzare questo essere spirituale innato al centro della psicologia femminile trascura le donne, e trascura le loro figlie e le figlie delle figlie e tutte le future discendenze matrilineari.

Allora, per applicare un buon medicamento alle parti ferite della psiche selvaggia, per raddirizzare la relazione con la Donna Selvaggia, occorre nominare accuratamente i disordini della psiche.  Se nella professione clinica disponiamo di un buon manuale diagnostico statistico e di una considerevole quantità di diagnosi differenziali, nonchè di parametri psicoanalitici che definiscono la psicopatia mediante l'organizzazione (o la mancanza di essa) nella psiche oggettiva e nell'asse io-Sè, (2) esistono molti altri comportamenti e sentimenti che, secondo la struttura di riferimento della donna, descrivono con grande efficacia la questione.

Quali sono alcuni dei sintomi di una relazione infranta con la forza selvaggia della psiche?  Sentire, pensare o agire in uno dei modi seguenti significa aver parzialmente reciso o completamente perduto la relazione con la psiche istintuale profonda.  Ricorrendo esclusivamente al linguaggio delle donne, ecco di che si tratta: sentirsi straordinariamente aride, affaticate, fragili, depresse, confuse, imbavagliate, zittite, appiattite.  Sentirsi impaurite, esitanti o deboli, senza ispirazione, senza vivacità, senza sentimento, senza senso, cariche di vergogna, cronicamente evanescenti, volatili, ferme, sterili, compresse, pazze.
Sentirsi impotenti, cronicamente in dubbio, vacillanti, bloccate, incapaci di determinazione, di dare la propria vita creativa agli altri, di rischiare nella scelta dei compagni, del lavoro o delle amicizie; sofferenti per quel vivere al di fuori dei propri cicli, iperprotettive nei propri confronti, inerti, incerte, titubanti, incapaci di darsi un ritmo o di porsi dei limiti.
Non insistere sul proprio ritmo e la propria misura, essere impacciate, essere lontane dal proprio Dio o dai propri dei, essere separate dalla propria reviviscenza, affogate nella routine domestica, nell'intellettualismo, nel lavoro o nell'inerzia perchè questo è il posto più sicuro per chi ha perduto i suoi istinti.
Paura di avventurarsi da sole o di rivelarsi, paura di cercare una guida, una madre, un padre, paura di mostrare il proprio lavoro imperfetto se non è ancora un'opera completa, paura di partire per un viaggio, paura di occuparsi di un altro o di altri, paura che venga, se ne vada, decada, umiliarsi davanti all'autorità, perdere energia di fronte a progetti creativi, trasalire e ritrarsi, umiliazione, angoscia, torpore, ansia.
Paura di fermarsi quando null'altro resta da fare, paura di provare il nuovo, paura di affrontare, paura di parlare, pro e contro, mal di stomaco, crampi allo stomaco, acidità di stomaco, tagliate a metà, strangolate, troppo facilmente pronte a essere concilianti o carine, vendetta.
Paura di fermarsi, paura di agire, sempre a contare fino a tre senza cominciare mai, complesso di superiorità, ambivalenza, eppure altrimenti pienamente capaci, funzionanti appieno. 
Queste rotture sono una malattia non di un'era o di un secolo, ma diventano un'epidemia ovunque e tutte le volte che le donne sono catturate, tutte le volte che la natura selvaggia rimane intrappolata.

La donna sana assomiglia molto al lupo: robusta, piena di energia, di grande forza vitale, capace di dare la vita, pronta a difendere il territorio, inventiva, leale, errante.  Eppure la separazione dalla natura selvaggia fa sì che la personalità della donna diventi povera, sottile, pallida, spettrale.  Non siamo nate per essere cuccioli spelacchiati e incapaci di balzare in piedi, incapaci di cacciare, di generare, di creare una vita. Quando la vita delle donne è in stasi, è nel tedio, allora è tempo per la Donna Selvaggia di emergere; è tempo per la funzione creativa della psiche di inondare il delta.

Come influisce sulle donne la Donna Selvaggia?  Con la Donna Selvaggia come alleata, guida, modello, maestra, noi vediamo non con due occhi ma con gli occhi dell'intuito, che è occhiuto.  Quando facciamo valere l'intuito, siamo come una notte stellata: fissiamo il mondo con migliaia di occhi.

La Donna Selvaggia porta tutto ciò di cui una donna ha bisogno per essere e sapere.  Porta il medicamento per tutto.  Porta storie e sogni e parole e canzoni e segni e simboli.  E' nel contempo veicolo e destinazione.

Riunirsi alla natura istintuale non significa disfarsi, cambiare tutto da sinistra a destra, dal nero al bianco, spostarsi da est a ovest, comportarsi da folli o senza controllo.  Non significa perdere le proprie socializzazioni primarie, o diventare meno umane.  Significa piuttosto il contrario.  La natura selvaggia possiede una ricca integrità.

Significa fissare il territorio, trovare il proprio branco, stare con sicurezza e orgoglio nel proprio corpo indipendentemente dai suoi doni e dai suoi limiti, parlare e agire per proprio conto, in prima persona, essere consapevoli, vigili, rifarsi ai poteri femminili innati dell'intuito e della percezione, riprendere i propri cicli, scoprire a che cosa si appartiene, levarsi con dignità, conservare tutta la consapevolezza possibile.

La Donna Selvaggia in quanto archetipo, e tutto quanto sta dietro di lei, è la patrona di tutti i pittori, gli scrittori, gli scultori, i ballerini, i pensatori, di coloro che compongono preghiere, che ricercano, che trovano, perchè tutti loro sono impegnati nell'opera di invenzione, ed è questa la principale occupazione della Donna Selvaggia.  Come in tutte le arti, sta nelle viscere, non nella testa.  Può inseguire e correre e convocare e respingere.  Può sentire, mimetizzarsi, e amare profondamente.  E' intuitiva, tipica, e normativa.  E' assolutamente fondamentale per la salute mentale e dell'anima delle donne.

Dunque, che cos'è la Donna Selvaggia?  Dal punto di vista della psicologia archetipa così come per la tradizione dei cantastorie è l'anima femminile. Eppure è di più; è la fonte del femminino. E' tutto quanto è istinto, è un insieme di mondi visibili e nascosti, è la base.  Ognuna di noi riceve da lei una cellula splendente che contiene tutti gli istinti e le conoscenze necessarie alla vita.

E' la forza Vita/Morte/Vita, è l'incubatrice.  E' intuito, veggenza, colei che sa ascoltare, è il cuore leale.  Incita gli esseri umani a restare multilingui; spediti nei linguaggi dei sogni, della passione e della poesia. Sussurra nei sogni notturni, si lascia dietro, sul terreno dell'anima di una donna, un capello ruvido e impronte fangose, che ricolmano del desiderio di trovarla, di liberarla, di amarla.

Lei è idee, sentimenti, impulsi e memoria.  La si è perduta e pressochè dimenticata per tantissimo tempo.  E' la fonte, la luce, la notte, l'oscurità, e l'alba.  E' l'odore del buon fango e la zampa posteriore della volpe.  A lei appartengono gli uccelli che ci rivelano segreti.  E' la voce che dice: "Da questa parte, di qua."

E' colei che tuona contro l'ingiustizia.  E' colei che gira come una grande ruota.  E' la fattrice dei cicli.  E' colei che lasciamo a casa affinchè la custodisca.  E' colei da cui andiamo a casa.  E' la radice infangata di tutte le donne.  E' quello che ci fa andare avanti quando pensiamo di essere finite.  E' l'incubatrice di piccole idee grezze e di accordi.  E' la mente che ci pensa, noi siamo i pensieri che lei pensa.

Dov'è presente?  Dove potete sentirla, dove trovarla?  Percorre i deserti, i boschi, gli oceani, le città, va nei barrios e nei castelli.  Vive tra le regine, tra le campesinas, in sala di consiglio, in fabbrica, in prigione, sulla montagna della solitudine.  Vive nel ghetto, all'università e nelle strade.  Lascia per noi delle impronte in cui misurare il piede.  Lascia impronte ovunque ci sia una donna che è terreno fertile.

Dove vive la Donna Selvaggia?  In fondo al pozzo, nel corso superiore dei fiumi, nell'etere senza tempo.  Vive nella lacrima e nell'oceano.  Vive nella linfa degli alberi.  E', dal futuro e dall'inizio dei tempi.  Vive nel passato, da dove la convochiamo.  Sta nel presente e ha un posto al nostro tavolo, sta dietro di noi in fila, e sta davanti a noi per la strada.  E' nel futuro e torna indietro nel tempo per trovarci ora.

Vive nel verde che sbuca tra la neve, vive negli steli fruscianti del morente grano d'autunno, vive dove i morti vengono per un bacio, e i vivi inviano loro preghiere.  Vive nel luogo in cui si fa il linguaggio.  Vive di poesia e percussione e canto.  Vive di quarti di tono e di note di passaggio, e in una cantata, in una sestina, nei blues.  E' l'attimo che precede l'ispirazione che ci abbaglia.  Vive in un luogo lontano che a forza si apre un varco verso il nostro mondo.

La gente forse chiederà una prova dell'esistenza della Donna Selvaggia.  Essenzialmente, chiede una prova dell'esistenza della psiche.  Siccome noi siamo la psiche, siamo anche la prova.  Ognuna di noi, singolarmente, è la prova non soltanto dell'esistenza della Donna Selvaggia, ma della condizione della Donna Selvaggia nel collettivo.  Siamo la prova di questo ineffabile numen femminile.  La nostra esistenzaè parallela alla sua.

Le nostre esperienze di lei, dentro e fuori, sono le prove.  I nostri innumerevoli incontri con lei, inter-psichicamente, nei nostri sogni notturni e nei nostri pensieri diurni, nei nostri struggimenti e nelle nostre aspirazioni, queste sono le verifiche.  Il fatto che siamo deprivate in sua assenza, che ci struggiamo quando siamo da lei separate, ecco le manifestazioni del suo passaggio.


 

 

(2.) L'"asse Io/Sè" è una locuzione coniata da Edward Ferdinand Edinger ("Ego and Archetype", Penguin, New York 1971) per definire l'opinione di Jung secondo cui l'Io e il Sé si trovano in un rapporto complementare, e il motore e il mosso hanno reciprocamente bisogno l'uno dell'altro per funzionare (C. G. Jung, "Collected Works", vol. 11, Princeton University Press, 1972).

KyxSheWolf Ha postato 18:12
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sabato, 09 giugno 2007

Mi sono laureata in psicologia etno-clinica, che è lo studio sia della psicologia clinica sia dell'etnologia, soprattutto incentrata sullo studio della psicologia dei gruppi, e delle tribù in particolare.  Mi sono poi specializzata in psicologia analitica, sicché sono un'analista junghiana.  La mia esperienza di vita come "cantadora/mesemondò", poeta e artista, informa parimenti il mio lavoro con gli analizzandi. [NDKyx: ecco perchè stimo e guardo con ammirazioen questa donna]

Talvolta mi si chiede di raccontare che cosa faccio in studio per aiutare le donne a tornare alla loro natura selvaggia.  Do un'importanza sostanziale alla psicologia clinica ed evolutiva, e per la guarigione uso l'ingrediente più semplice e più accessibile: le storie.  Seguiamo il materiale onirico della paziente, che contiene molti intrecci e molte storie.  Le sensazioni fisiche dell'analizzanda e le memorie corporee sono pure storie che possono essere lette e riportate alla consapevolezza.

Inoltre insegno una forma di potente trance interattivo che è assai vicino all'immaginazione attiva di Jung, e anche questo produce storie che chiariscono ulteriormente il viaggio psichico della cliente.  Ci mettiamo in contatto con l'Io selvaggio mediante domande specifiche e spiegando fiabe, racconti popolari, leggende e miti.  Per lo più siamo in grado, col tempo, di trovare il mito o la fiaba-guida che contiene tutte le istruzioni di cui una donna ha bisogno per il suo sviluppo psichico.  Queste storie contengono il dramma dell'anima di una donna.  E' come un lavoro teatrale con istruzioni per l'azione sul palcoscenico, caratterizzazioni, e puntelli.

L'“arte di fare” è una parte importante del lavoro.  Io lavoro per potenziare le mie clienti insegnando loro le antiche arti delle mani... a saper tra l'altro fabbricare feticci e talismani, dai semplici bastoni ornati di nastri alle sculture più elaborate.  L'arte è importante perché commemora le stagioni dell'anima, o un evento speciale o tragico nel viaggio dell'anima.  L'arte non è soltanto per sé, non un semplice segnale della propria intelligenza.  E' anche una mappa per coloro che verranno dopo di noi.

Come potrete immaginare, il lavoro con ogni persona è estremamente individuale perché è vero che ognuno è fatto a modo suo.  Ma questi elementi rimangono costanti nel mio lavoro con la gente, e sono il fondamento per tutti il lavoro degli esseri umani oggi come un tempo, del mio come del vostro lavoro.  L'arte delle domande, l'arte delle storie, l'arte delle mani: sono tutte il frutto di qualcosa, e questo qualcosa è l'anima.  Ogni volta che alimentiamo l'anima, e garantita una crescita.

Ecco dunque delle storie che delucidano la relazione con la Donna Selvaggia.  Le storie e i miti qui riportati sono trascrizioni letterali delle mie lezioni e delle mie "performances".  I racconti sono presentati in tutti i dettagli e nella loro integrità archetipa.  Riporto inoltre alcune delle domande che pongo alle donne affinché riflettano e rispondano, al fine di aiutare la convergenza consapevole con il prezioso Io selvaggio.

Inoltre, spiego per voi, in modo particolareggiato, l'arte - il gioco esperienziale e abile - che aiuta le donne a trattenere il "numen" del loro lavoro nella memoria consapevole, riprendendo i miei workshop sulla donna istintuale.

Come mi auguro vi accorgerete, sono modi tangibili per attenuare antiche cicatrici, per lenire antiche ferite, per reintegrare antiche abilità.

KyxSheWolf Ha postato 15:58
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sabato, 09 giugno 2007

Le storie sono un balsamo.  Ne rimasi catturata per sempre quando sentii raccontare una storia per la prima volta.  Hanno un tale potere: non ci chiedono di fare, essere, agire - basta ascoltare. I rimedi per reintegrare o reclamare una pulsione psichica perduta si trovano nelle storie.  Le storie generano l'eccitamento, la tristezza, le domande, gli struggimenti e le conoscenze che spontaneamente riportano in superficie l'archetipo, in questo caso la Donna Selvaggia.

Le storie sono disseminate di istruzioni che ci guidano nelle complessità della vita.  Le storie ci mettono in grado di comprendere il bisogno dell'archetipo e i modi per far risalire l'archetipo sommerso.  Quelle che seguono sono le storie che tra le centinaia che ho studiato per decenni, esprimono con maggior chiarezza la generosità dell'archetipo della Donna Selvaggia.

Talvolta vari strati culturali sovrapposti disarticolano le storie.  Per esempio, nel caso dei fratelli Grimm (per citare due dei collezionisti di fiabe degli ultimi secoli), forte è il sospetto che gli informatori (i cantastorie) del tempo talvolta “depurassero” le loro storie per riguardo ai religiosi fratelli.  Sospettiamo anche che i famosi fratelli continuarono la tradizione di sovrapporre simboli cristiani agli antichi simboli pagani, sicché la vecchia guaritrice di un racconto diventava una strega malvagia, uno spirito diventava un angelo, un velo per l'iniziazione diventava un fazzoletto, o una bambina di nome Bella (nome spesso dato alle bambine nate durante la festa del Solstizio) veniva ribattezzata "Schmerzenreich", Addolorata.  Venivano omessi gli elementi sessuali.  Creature e animali soccorrevoli erano trasformati in demoni e uomini neri.

Ecco come molti racconti ricchi d'insegnamenti sul sesso, l'amore, il denaro, il matrimonio, il parto, la morte e la trasformazione sono andati perduti.  Ecco come anche le fiabe e i miti che spiegano gli antichi misteri delle donne sono stati pure ricoperti.  Per la maggior parte le antiche raccolte di fiabe e miti oggi esistenti sono state purgate dello scatologico, del sessuale, del perverso, del precristiano, del femminile, delle dee, dell'iniziazione, delle medicine per vari disturbi psicologici, e delle istruzioni per le estasi spirituali.

Ma non tutto è perduto per sempre.  In ogni frammento di una storia si trova la forma dell'intera storia.  Ho frugato in quelle che scherzosamente chiamo la tradizione forense e la paleo-mitologia delle favole.  Comparo molte versioni dello stesso racconto, e raccolgo tutte le versioni vecchie e nuove che riesco a trovare.  Poi comparo le forme, ricostruendo da antichi andamenti archetipi appresi in anni di training in psicologia archetipa, che conserva e studia tutti i motivi e gli intrecci delle favole, delle leggende e dei miti per cogliere la vita istintuale degli esseri umani.  Trovo assistenza negli architravi che giacciono nei mondi immaginari e nell'inconscio collettivo di tutti gli esseri umani e che possiamo estrarre dai sogni e da speciali stati di consapevolezza.  Spesso una bella lucentezza si ottiene comparando le versioni della storia con le testimonianze archeologiche delle antiche culture femminili, per esempio le ceramiche rituali, le maschere e le statuette. In parole semplici, secondo una locuzione propria alle fiabe, passo parecchio del mio tempo a ficcare il naso tra le ceneri.

Ho studiato i modelli degli archetipi per circa vent'anni, e per molto più tempo ancora i miti, le fiabe e il folklore.  Ho acquistato un ampio corpo di conoscenze sull'ossatura delle storie.  E' facile dire dove mancano le ossa in una storia.  Nel corso dei secoli, le varie conquiste di nazioni da parte di altre nazioni, e le conversioni religiose sia pacifiche sia forzate, hanno ricoperto o alterato il nucleo originale delle antiche storie.

Ci sono peraltro buone notizie.  Per tutte le cadute strutturali nelle versioni esistenti dei racconti c'è un modello robusto che tuttora brilla.  Partendo da questo, possiamo ricostruire.  Dalle forme dei pezzi e delle parti, possiamo determinare con notevole precisione quel che è andato perduto nella storia, e i pezzi mancanti possono essere accuratamente ridisegnati: rivelano spesso sottostanti strutture veramente sorprendenti che cominciano ad alleviare la tristezza delle donne per la distruzione degli antichi misteri. Non è esattamente cosà: non c'è stata distruzione.  Tutto ciò di cui una persona ha bisogno, tutto ciò di cui noi possiamo aver bisogno, ancora sussurra tra le ossa della storia.

Collezionare storie è un metodico e duro lavoro da paleontologo.  Più ossa avrete della storia, e con maggiore probabilità riuscirete a trovare l'intera storia.

Più complete sono le storie, più saranno acute e penetranti le tendenze e le inclinazioni della psiche che ci si presenteranno, e maggiore sarà la probabilità di percepire ed evocare il lavoro dell'anima.  Quando lavoriamo sull'anima, lei, la Donna Selvaggia, crea se medesima ancora di più.

Da piccola ho avuto la fortuna di trovarmi tra persone provenienti da molti paesi della vecchia Europa e dal Messico.  Molti membri della mia famiglia, molti amici e vicini erano americani della prima generazione o erano da poco arrivati dall'Ungheria, dalla Germania, dalla Romania, dalla Bulgaria, dalla Jugoslavia, dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, dalla Serbia e dalla Croazia, dalla Russia, dalla Lituania e dalla Boemia, o da Jalisco, Michoacan, Juarez e da tanti villaggi "aldeas fronteriza" ai confini tra Messico, Texas e Arizona.  Venivano a lavorare la terra, per il raccolto, a lavorare nei cenerari e nelle acciaierie, nelle birrerie e nelle case.  Per lo più non erano istruiti in senso accademico, ma possedevano un'intensa saggezza, erano portatori di una importante tradizione quasi esclusivamente orale.

Molti della famiglia e dei vicini erano sopravvissuti ai lavori forzati, ai campi profughi, ai campi di deportazione, ai campi di concentramento, dove i cantastorie che si trovavano tra loro avevano vissuto una versione da incubo di Sheherazade.  Molti si erano visti portar via le terre di famiglia, avevano vissuto in prigioni per gli immigrati, erano stati rimpatriati contro la loro volontà.  Da questi rozzi cantastorie per la prima volta ho saputo quali racconti si fanno quando la vita può trasformarsi in morte e la morte può trasformarsi in vita in qualsiasi momento.  Da loro ho anche appreso che le favole dei libri sono state in qualche modo appiattite al punto da esaurirne in gran parte il vigore.

Sul finire degli anni Sessanta migrai a occidente, verso le Montagne Rocciose, e vissi tra teneri stranieri, ebrei, irlandesi, greci, italiani, afro-americani e alsaziani che divennero amici e affini.  Ho avuto la grande fortuna di conoscere alcune delle rare e antiche comunità di origine latinoamericana degli Stati Uniti sud-occidentali, come Trampas e Trucha, Nuovo Messico.  Ho avuto anche la fortuna di trascorrere del tempo con gli americani indigeni, dagli inuit del Nord ai pueblo e ai popoli delle Pianure nell'Occidente, ai nahuatl, i lacandon, i tehyantepecan, huichol, seri, mayam-kiché, mayan-kaqchiquel, moskito, cuna, nasca-quechua e jivaro dell'America Centrale e del Sud.

Ho raccolto storie ai tavoli di cucina, e sotto pergolati d'uva, nei pollai e nelle stalle, mentre impastavo "tortillas", inseguivo animali selvaggi, ricamavo il milionesimo punto croce.  Ho avuto la fortuna di dividere l'ultima scodella di "chili", di cantare con le donne i "gospel" che resuscitano i morti, e di dormire sotto le stelle in case senza tetto.  Mi sono seduta accanto al camino o a tavola, a Little Italy, a Polish Town, a Hill Country, a Los Barrios e presso altre comunità etniche del Midwest e del Far West, e ultimamente ho raccolto storie sugli "sparats", gli spiriti cattivi, dai cantastorie delle Bahamas.

Ho avuto l'immensa fortuna che, ovunque andassi, bambini, matrone, uomini nel fiore degli anni e vecchi sciocchi e donne rugose, gli artisti dell'anima, spuntavano dai boschi, dalla giungla, dalle praterie per deliziarmi con gracchiamenti e versi.  E io ricambiavo.

KyxSheWolf Ha postato 16:02
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giovedì, 21 giugno 2007

Molti sono gli approcci possibili alle storie.  Lo studioso di folklore, lo junghiano, il freudiano, altri analisti, l'etnologo, l'antropologo, il teologo e l'archeologo hanno ciascuno un metodo diverso, sia nel raccogliere i racconti sia nell'uso che ne fanno.  Sul piano intellettuale, il modo in cui sviluppai il mio lavoro sulle storie era improntato dalla mia preparazione in psicologia analitica e archetipa.  Per oltre cinque anni durante la mia educazione psicoanalitica ho studiato amplificato dei "leitmotifs", simbologia archetipa, mitologia mondiale, iconologia antica e popolare, etnologia, religioni del mondo, interpretazione delle favole.

A livello viscerale, peraltro, arrivo alle storie come cantadora, cantastorie, custode delle vecchie storie. Provengo da una lunga stirpe di cantastorie: mesemondòk, vecchie ungheresi che raccontano mentre siedono su sedie di legno con i libri tascabili in grembo, le ginocchia larghe, le gonne che sfiorano il pavimento; e cuentistas, vecchie di origine latinoamericana che restano in piedi, dai seni generosi, i fianchi larghi, e declamano la storia in stile ranchera.  I due clan raccontano storie con la voce chiara di donne che hanno vissuto sangue e figli, pane e ossa.  Per loro, la storia è una medicina che rafforza e guida l'individuo e la comunità.

I moderni cantastorie sono i discendenti di un'antica e immensa comunità di santi, trovatori, bardi, griots, cantadoras, cantori, poeti erranti, vagabondi, streghe e pazzi.  Una volta sognai di raccontare delle storie e di sentire qualcuno che mi toccava affettuosamente il piede per incoraggiarmi.  Abbassai lo sguardo e scoprii di trovarmi sulle spalle di una vecchia che mi teneva forte le caviglie e mi sorrideva.

Le dissi: “No, no, vieni tu sulle mie spalle perché tu sei vecchia e io sono giovane”.

“No, no”, insistette, “cosà dev'essere.”

Vidi che lei stava sulle spalle di una donna molto più vecchia, che stava sulle spalle di una donna ancora più vecchia, che stava sulle spalle di una donna col mantello, che stava sulle spalle di un'altra anima, che stava sulle spalle...

Credetti alla vecchia del sogno che cosà dovesse essere.  Il nutrimento per la narrazione viene da loro che se ne sono andate.  Il narrare o ascoltare storie trae il suo potere da una colonna di umanità unita attraverso il tempo e lo spazio, abbigliata in modo elaborato in cenci o in mantelli, o nella nudità dell'epoca, e piena fino a scoppiare di vita ancora vissuta.  Se unica è la fonte delle storie e unico il numen delle storie, tutto sta in quella lunga catena umana.

Le storie sono e saranno sempre molto più antiche dell'arte e della scienza della psicologia.  Uno dei modi più antichi di raccontare che mi intriga fortemente, è l'appassionato stato di trance in cui chi narra “sente” il pubblico, che si tratti di una o più persone, ed entra allora in uno stato del mondo tra i mondi, dove una storia è “attratta” verso la narratrice in trance e viene detta attraverso di lei.  Questa è la cantastorie che asseconda il farsi dell'anima.

La narratrice in trance richiama El duende, (4) il vento che soffia anima nei volti degli ascoltatori.  La narratrice in trance impara a essere, psichicamente, doppiamente articolata, mediante la pratica meditativa della storia, cioè allenandosi a disfare taluni cancelli psichici e aperture dell'io per lasciar parlare la voce più antica delle pietre.  Fatto ciò, la storia può prendere qualunque direzione, può essere capovolta, riempita di porridge e destinata al banchetto di un povero, riempita d'oro, o cacciare l'ascoltatore nel mondo futuro.  La narratrice non sa mai che cosa ne verrà fuori, e questa è almeno la metà della magia essudata dalla storia.

Questo è un libro di racconti sui modi dell'archetipo della Donna Selvaggia.  Cercare di tracciarne un diagramma, di racchiudere la sua vita psichica sarebbe contrario al suo spirito.  Conoscerla è un processo continuo, che dura tutta la vita, ed ecco perché questo è un lavoro continuo, un lavoro di tutta la vita.

Ecco dunque alcune storie da usare come vitamine per l'anima, alcune osservazioni, alcuni frammenti della mappa, alcuni pezzetti di resina di pino per appiccicare le piume agli alberi e mostrare la strada, e il sottobosco per guidare il ritorno al mondo sotterraneo, alla nostra dimora psichica.

Le storie mettono in moto la vita interiore, e ciò è particolarmente importante là dove la vita interiore è spaventata, incastrata o messa alle strette.  Le storie ingrassano carrucole e pulegge, stimolano l'adrenalina, ci mostrano la via d'uscita in basso o in alto, e aprono per noi grandi finestre in muri prima ciechi, aperture che conducono nella terra dei sogni, all'amore e alla conoscenza, che ci riportano alla nostra vita vera come donne selvagge e sapienti.

Storie come Barbablù ci dicono che cosa fare per la ferita delle donne che non smetterà di sanguinare. Storie come La Donna Scheletro suggeriscono il potere mistico della relazione, e come un sentimento spento possa tornare in vita trasformandosi di nuovo in amore profondo.  I doni di Vecchia Madre Morte vanno ritrovati nella figura della Baba Jaga, la vecchia strega selvaggia.  La bambolina che mostra la via quando tutto sembra perduto, riporta in superficie una delle arti istintuali femminili ormai perdute in Vassilissa la saggia. (5)  Una storia come La Loba, la donna ossuta del deserto, ci offre insegnamenti sulla funzione trasformatrice della psiche.  La Fanciulla senza mani recupera da tempi antichissimi le fasi perdute dei riti di iniziazione delle antiche Donne Selvagge, e come tale offre una guida senza tempo e per tutti gli anni della vita di una donna.

E' il nostro scontro con la Donna Selvaggia che ci induce non a limitare le nostre conversazioni agli esseri umani a non limitare i nostri più splendidi movimenti alle piste da ballo né le nostre orecchie solamente alla musica prodotta da strumenti fatti dall'uomo, né i nostri occhi alla bellezza "appresa", né i nostri corpi alle sensazioni approvate, né la nostra mente alle cose su cui già concordiamo.  Tutte queste storie presentano la lama dell'introspezione, la fiamma della vita appassionata, il respiro per dire quel che si sa, il coraggio di sopportare quel che si vede senza distogliere lo sguardo, la fragranza dell'anima selvaggia.

E' un libro di storie di donne, poste come segnali lungo il cammino.  Potrete leggerle, contemplarle e andare verso la libertà naturalmente conquistata, per voi medesime, gli animali, la terra, i bambini, le sorelle, gli amanti e gli uomini.  Ve lo dico subito: le porte sul mondo della Donna Selvaggia sono poche ma preziose.  Se avete una cicatrice profonda, questa è una porta.  Se desiderate fortemente una vita più profonda, una vita piena, una vita sana, questa è una porta.

Il materiale di questo libro è stato scelto per incoraggiarvi.  L'opera vuol essere fortificante per chi ha intrapreso il cammino, per le donne che si muovono a fatica tra difficili paesaggi interiori, e quelle che faticano nel e per il mondo.  Dobbiamo ingegnarci per consentire alla nostra anima di crescere secondo i modi naturali, e raggiungendo le sue naturali profondità.  La natura selvaggia non chiede alla donna di essere di un certo colore, di avere una certa istruzione, un certo stile di vita, o di appartenere a una certa classe economica... in realtà, non può fiorire in un'atmosfera di forzata correttezza politica, né essere piegata in vecchi paradigmi estinti.  Fiorisce nella visione fresca e nell'integrità. Fiorisce della sua propria natura.

Pertanto, che siate introverse o estroverse, donne amanti di donne o di uomini, o di Dio, o tutto insieme, che siate possedute da un cuore semplice o dalle ambizioni di un'Amazzone, che stiate cercando di arrivare in cima o soltanto a domani, che siate mordaci o tetre, regali o impetuose, la Donna Selvaggia vi appartiene.  Appartiene a tutte le donne.

Per trovare la Donna Selvaggia le donne devono tornare alla loro vita istintiva, alla loro più profonda sapienza. (6)  Cantiamo dunque la sua carne che torna a coprire le nostra ossa.

Lasciamo cadere i falsi manti che ci hanno dato.  Indossiamo il manto autentico dell'istinto possente e della conoscenza.  Infiltriamoci nei territori psichici che un tempo ci appartenevano Sciogliamo le bende, prepariamo il balsamo.  Torniamo a essere ora, le donne selvagge che ululano, ridono, cantano Colei che ci ama tanto.

Per noi la questione è semplice.  Senza di noi la Donna Selvaggia muore.  Senza la Donna Selvaggia, siamo noi a morire.  Para Vida, tutte dobbiamo vivere.


(4.) El duende è il folletto, un vento o una forza, che sta dietro alle azioni e alla vita creativa di una persona, compreso il modo in cui cammina, il suono della sua voce, persino il modo in cui solleva il mignolo. E' un termine usato nel flamenco, e anche per descrivere la capacità di “pensare” in immagini poetiche. Tra i cantastorie dell'America Latina è inteso come la capacità di lasciarsi ricolmare da uno spirito che è più del proprio spirito. Che siate l'artista o lo spettatore, l'ascoltatore o il lettore, quando el duende è presente lo vedete, lo udite, lo leggete, lo sentite sotto alla danza, alla musica, alle parole, all'arte; sapete che è li. E sapete anche che non c'è quando el duendenon è presente.

(5.) Vassilissa è la versione nel nostro alfabeto del nome russo, ovviamente in cirillico.

(6.) Una delle pietre angolari più critiche per sviluppare un corpo di studi sulla psicologia delle donne è che le donne stesse osservino e descrivano quel che avviene nella loro esistenza. Le affiliazioni etniche, la razza, la religione, i valori di una donna formano un insieme, e devono essere tutti presi in considerazione perché insieme costituiscono il suo senso dell'anima.


KyxSheWolf Ha postato 18:02
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giovedì, 21 giugno 2007

E questa era solo l'introduzione al libro vero e proprio, quella parte che ci tocca tutte, e tutti, nella parte più nascosta del nostro Io, quelle zone oscure e piene di segreti che attendono solo di essere svelati per fare di noi un individuo più integro, più forte, più presente a sè stesso e al mondo, assolutamente in grado di dare e ricevere nel migliore dei modi.
Sono titubante, ora che il viaggio è iniziato: pubblicare il tutto, o lasciare che la curiosità vi porti ad acquistare questo bellissimo libro, che in edizione economica costa "solo" 17€?
Lascerò decidere a voi..
Fatemi sapere quel che pensate, sono qui apposta!
La vostra Lupa che torna a fare eco di ululati più saggi...

KyxSheWolf Ha postato 18:24
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giovedì, 21 giugno 2007

Capitolo 1.

L'URLO: RESURREZIONE DELLA DONNA SELVAGGIA

Vi rivelerò subito che non appartengo alla divina schiera di coloro che vanno nel deserto e tornano gravidi di saggezza.  Sono passata da molti focolari, e ho sparso doni angelici là dove ho dormito, ma il più delle volte, invece della saggezza, ho trovato episodi sconvenienti di Giardiasis, E. coli, (1) e dissenteria amebica.  Questo è il fato di una mistica della classe media dagli intestini delicati.

La saggezza o le nozioni scoperte nei miei viaggi in posti strani e tra gente insolita, ho imparato a tenerle nascoste perché talvolta il vecchio padre Academo, come Crono, ancora ha la tendenza a divorare i figli prima che diventino curativi o sorprendenti.  Questa sorta di superintellettualizzazione oscura i disegni della Donna Selvaggia e la natura istintuale delle donne.

Dunque, per intensificare la nostra relazione parentale con la natura istintuale, è di grande aiuto comprendere le storie come se fossimo dentro di esse, e non come se esse stessero al di fuori di noi. Entriamo in una storia attraverso la porta dell'ascolto interiore.  La storia narrata tocca in chi ascolta quel nervo che corre attraverso la base del cranio giù fino al cervelletto, appena sotto il ponte di Varolio.  Allora gli impulsi degli ascoltatori sono spinti verso la consapevolezza oppure, si dice, verso l'anima... a seconda del modo in cui ascoltano.  Antichi dissettori dicevano che il nervo degli ascoltatori si divide in tre o più vie nella profondità del cervello.  Pertanto supposero che l'orecchio potesse ascoltare a tre diversi livelli.  Una diramazione, si diceva, ascoltava le conversazioni mondane.  Una seconda diramazione apprendeva l'arte e il sapere.  E la terza esisteva affinché l'anima stessa potesse ascoltare la guida e capire il perché del passaggio sulla terra.

Ascoltate dunque con l'anima, perché questa è la missione delle storie.

 
Osso dopo osso, capello dopo capello, la Donna Selvaggia torna.  Attraverso i sogni notturni, attraverso eventi a metà compresi e a metà ricordati, la Donna Selvaggia ritorna.  Attraverso le storie ritorna.

Iniziai la mia migrazione attraverso gli Stati Uniti negli anni Sessanta, in cerca di un luogo in cui fermarmi ricco di alberi, fragrante d'acque e popolato dalle creature che amavo: orsi, volpi serpenti, aquile, lupi.  I lupi venivano sistematicamente sterminati nella regione dei Grandi Laghi; ovunque andassi, venivano in un modo o nell'altro cacciati.  Mi sentivo più sicura quando nei boschi giravano i lupi, sebbene molti li considerassero una minaccia.  Ai tempi, verso occidente e nel Nord, si poteva piantare la tenda e restare ad ascoltare il canto notturno delle montagne e delle foreste.  Ma anche laggiù l'era dei fucili dotati di teleobiettivo, dei riflettori ad arco montati sulle jeep, e dei “bocconcini” all'arsenico, produssero un'era di silenzio strisciante sulla terra.  Ben presto anche le Montagne Rocciose furono quasi completamente deprivate dei lupi.  Ecco perché arrivai al grande deserto che si stende per metà in Messico e per metà negli Stati Uniti: più mi spingevo a sud e più sentivo storie sui lupi.

Si dice, sapete, che c'è un posto nel deserto in cui lo spirito delle donne e lo spirito dei lupi s'incontrano attraverso il tempo.  Sentii di aver trovato qualcosa di speciale quando alle frontiere del Texas sentii una storia, La Loba, su una donna che era una lupa che era una donna.  Trovai poi l'antica storia azteca dei gemelli orfani allattati da una lupa finché non furono abbastanza grandi da cavarsela da soli. (2)

E infine, dai vecchi fattori spagnoli e dalla gente del Sud sentii storie su quelli delle ossa, i vecchi che riportano i morti in vita; si diceva rinvigorissero sia gli esseri umani sia gli animali.  Allora, in una delle mie spedizioni etnografiche, incontrai una donna delle ossa, e non fui mai più la stessa.  Ovunque andassi, si ripresentavano le storie di quelli delle ossa, in varie forme.  Una di esse è La Loba.


(1.) L'Escherichia coli è un bacillo che provoca la gastroenterite e si contrae bevendo acqua infetta.

(2.) Romolo e Remo sono una delle tante coppie di gemelli famosi che si trovano nei miti.


KyxSheWolf Ha postato 20:33
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In: le storie della donna selvaggia


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